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privacy

Il marito che produce foto hard della moglie infedele nel processo non viola la privacy se il diritto fatto valere è di rango almeno pari a quello (alla riservatezza) dell'interessato.

E' quanto si evince dalla sentenza della Corte di Cassazione Penale n. 1584 del 11/5/2017. Nella vicenda il marito produceva nel processo per la separazione foto della moglie che la ritraevano in atteggiamenti intimi con un altro uomo. Il marito veniva imputato del reato previsto dall'art. 167 codice della privacy (trattamento illecito di dati) e per il reato di cui all'art. 595 c.p. (diffamazione). Quanto al primo reato la Corte di Cassazione ha ritenuto che il trattamento è da considerare avvenuto per fini esclusivamente personali e pertanto, venendo peraltro meno l'esigenza del consenso dell'interessato stante la finalità processuale del trattamento, è stato escluso il reato.  

La Corte ricorda tuttavia che sussiste il divieto assoluto di trattamento del dato (sensibile) sessuale quando il diritto non sia di rango pari a quello dell'interessato, ovvero non consista in un diritto della personalità o altro diritto fondamentale o inviolabile. Nel caso esaminato dalla Corte detto aspetto, non essendo oggetto di motivo di ricorso per Cassazione, non è stato affrontato, ma il messaggio della Corte è chiaro: sussiste sempre il divieto di produrre materiale che rilevi dati sensibili (sessuali) della controparte in un processo, a meno che ciò non avvenga per tutelare diritti di rango almeno pari a quello dell'interessato.  

Quanto al reato di diffamazione, secondo la Suprema Corte il diritto di difesa, sancito dall'art. 24 della Costituzione, è prevalente sul diritto alla reputazione quanto questo possa essere leso dalla prova prodotta in giudizio. 

Si intende che il materiale non deve essere procurato illecitamente o sottratto fraudolentemente , altrimenti il rischio è quello di incorrere in altro reato (ad esempio il furto).