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L’utilizzabilità delle prove raccolte dal datore di lavoro in violazione dell’art. 4 Stat. Lav.

 

 

 

 

 

L’utilizzabilità delle prove raccolte dal datore di lavoro

in violazione dell’art. 4 Stat. Lav.

 

 

  1. Introduzione. Il nuovo articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori. L’informativa al lavoratore e il rispetto del dlgs 196/2003 quale condizione per l’utilizzabilità delle informazioni raccolte mediante l’impiego di strumenti di controllo a distanza.

 

Il D. Lgs. n. 151 del 14.09.2015 all’art. 23 ha introdotto, a partire dal 24.09.2015, alcune modifiche all’art. 4 (Impianti audiovisivi e altri strumenti di controllo) della Legge 300/70 (Statuto dei Lavoratori).

La novellata disposizione oggi prevede:

1. Gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilita' di controllo a distanza dell'attivita' dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale e possono essere installati previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali. In alternativa, nel caso di imprese con unita' produttive ubicate in diverse province della stessa regione ovvero in piu' regioni, tale accordo puo' essere stipulato dalle associazioni sindacali comparativamente piu' rappresentative sul piano nazionale. In mancanza di accordo gli impianti e gli strumenti di cui al periodo precedente possono essere installati previa autorizzazione della Direzione territoriale del lavoro o, in alternativa, nel caso di imprese con unita' produttive dislocate negli ambiti di competenza di piu' Direzioni territoriali del lavoro, del Ministero del lavoro e delle politiche sociali.

2. La disposizione di cui al comma 1 non si applica agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e agli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze.

3. Le informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalita' d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.

Fino al 23.09.2015 l’art. 4 della Legge 300/70 (statuto dei lavoratori) vietava in via generale l’utilizzo di impianti audiovisivi e altre apparecchiature con finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori ammettendo tuttavia, in via di eccezione, che potessero essere installati impianti per il controllo per esigenze organizzative e produttive, soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali (o, in difetto, con  l’autorizzazione dell'Ispettorato del lavoro). 

Oggi con la nuova formulazione dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, come modificato, è ammesso l’utilizzo di impianti audiovisivi e altri strumenti di controllo dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori:

per esigenze organizzative e produttive;

per la sicurezza del lavoro;

per la tutela del patrimonio aziendale (e tale finalità costituisce un’assoluta novità).

Resta l’obbligo, in ogni caso, dell’accordo sindacale o, in mancanza, dell’autorizzazione della direzione provinciale del lavoro o, in alcuni casi, del Ministero del Lavoro o delle politiche sociali.

Una rilevante novità è stata introdotta con il 2° comma del citato art. 4 statuto lavoratori dove è stato previsto che “ La disposizione di cui al comma 1 non si applica agli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa e agli strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze” aprendosi così, di fatto, all’ampia possibilità in capo al datore di lavoro di effettuare (senza l’accordo sindacale o l’autorizzazione dell’Ispettorato o Ministero del Lavoro) controlli a distanza per mezzo degli strumenti utilizzati per rendere la prestazione lavorativa (come ad esempio il tablet aziendale impiegato dall’addetto per rendere la prestazione lavorativa) e per la registrazione degli accessi e delle presenze.

Infine il comma 3°, come novellato, ha stabilito che le informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalita' d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.

Incentreremo il nostro lavoro sullo studio delle possibili conseguenze, ai fini dell’utilizzabilità della prova nel giudizio civile e penale, della violazione da parte del datore di lavoro degli adempimenti e prescrizioni previste dall’art. 4 Stat. Lav. ed in particolare per ciò che concerne la mancata adeguata informazione al lavoratore sulle modalita' d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e la violazione delle norme del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.

 

  1. L’adeguata informazione delle modalita' d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196

 

Il comma 3° dell’art. 4 dello Stat. Lav. sottopone l’utilizzabilità delle informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 (per tutti i fini connessi al rapporto di lavoro, quindi ad esempio anche ai fini disciplinari) ad una duplice condizione:

che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalita' d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli;

che sia rispettato il disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.

In relazione alla prima condizione (adeguata informazione) si deve rilevare, innanzitutto, che non sono state previste dal legislatore le modalità con cui deve essere fornita l’adeguata informazione al dipendente sulle modalità d’uso degli strumenti e dell’effettuazione dei controlli. Ciò potrebbe indurre a ritenere che l’informativa in questione non sia soggetta a requisiti di forma e che essa possa essere rilasciata anche solo oralmente (e ciò anche per applicazione analogica dell’art. 13 codice della privacy, secondo cui “L'interessato o la persona presso la quale sono raccolti i dati personali sono previamente informati oralmente o per iscritto” … omissis….).

Si deve ritenere, tuttavia, pur nel silenzio della norma, che l’informativa in questione debba essere rilasciata per iscritto. Tale conclusione è imposta da almeno due ordini di ragioni:

in primo luogo l’informativa deve essere adeguata e per essere tale, a parere di chi scrive, essa deve essere formulata in modo completo, corretto e chiaro e per far ciò, anche in considerazione della normale complessità degli strumenti da cui possono derivare i controlli a distanza (in genere caratterizzati da un alto livello tecnologico), è opportuno, se non necessario, il ricorso alla forma scritta, non potendosi in difetto darsi adeguata (chiara e completa) informazione attraverso un’informativa orale (sarebbe un po’ come pretendere di sostituire il foglietto informativo del farmaco con l’informativa orale data dal farmacista);

in secondo luogo il datore di lavoro che intenda (successivamente) utilizzare in (eventuale) giudizio le informazioni raccolte, deve dimostrare (salvo quanto si dirà in seguito sulle aperture della giurisprudenza in ordine alla prova illegittimamente acquisita) di avere fornito al dipendente adeguata informativa, e per far ciò  è quantomeno opportuno che l’informativa sia fornita per iscritto, permettendosi in tal modo l’eventuale futura produzione documentale di essa in giudizio e così di assolvere l’onere, in capo al datore di lavoro, di dimostrare da un lato di avere preventivamente informato il lavoratore, dall’altro l’adeguatezza del contenuto della stessa informativa senza ricorrere a mezzi di prova (la testimonianza per esempio) che mal si presterebbero a fornire (in particolare) la prova della sua adeguatezza (da valutare necessariamente muovendo dal suo esatto contenuto).

In relazione alla seconda condizione posta dall’art. 4 Stat. Lav., ultimo comma, si è visto che il legislatore ha subordinato l’utilizzabilità delle informazioni raccolte alla ulteriore condizione che sia rispettato quanto previsto dal Codice della Privacy.

Il legislatore, quindi, rinvia al dlgs 196/2003 (codice della privacy) assumendo quale condizione di utilizzabilità delle informazioni raccolte, l’osservanza del codice della privacy, che quindi contribuisce a definire il limite di utilizzabilità delle informazioni raccolte attraverso i c.d. strumenti di controllo a distanza.

Si vedrà, in seguito, che nell’interpretazione giurisprudenziale a dire il vero la mancata osservanza delle disposizioni in materia di privacy non sempre ha dato luogo all’inutilizzabilità (di per sé sancite anche dall’art. 11 del codice della privacy) in giudizio delle informazioni raccolte.

Per ora basti considerare che nell’ottica di perseguire, con il maggior grado di certezza possibile, l’obiettivo dell’utilizzabilità delle informazioni raccolte risulta opportuno, da parte del datore di lavoro, il rispetto di ogni norma, incluse, siccome esplicitamente richiamate, anche quelle del codice della privacy  e quindi, a titolo esemplificativo il principio di necessità (Art. 3 Codice Privacy) il principio di trattamento secondo liceità e correttezza, di pertinenza e proporzionalità (art. 11 Codice Privacy). 

Il rispetto del disposto del dlgs 196/2003 deve inoltre riguardare  anche i provvedimenti emessi dal Garante come ad esempio le autorizzazioni generali del garante oppure i provvedimenti generali emessi dal Garante (ad esempio in materia di videosorveglianza).

Invero le fonti del potere del garante di emettere autorizzazioni generali e provvedimenti derivano direttamente dal Codice (per le autorizzazioni l’art. 40 del codice della privacy e per i provvedimenti generali l’art. 154 lettera c che prevede che il garante possa prescrivere anche d'ufficio ai titolari del trattamento le misure necessarie o opportune al fine di rendere il trattamento conforme alle disposizioni vigenti, ai sensi dell'articolo 143) sicché il rinvio al Codice Privacy importa necessariamente l’osservanza anche dei  provvedimenti che il Garante può emanare in forza di disposizione contenute nel Codice stesso.  

In relazione alla tipologia di strumento per il controllo a distanza che si intende operare devono quindi essere osservati, in quanto ancora compatibili con il vigente art. 4 dello Stat. Lav i provvedimenti emessi dal Garante quali ad esempio (l’elenco non è esaustivo) il provvedimento in materia di Lavoro e previdenza sociale - Cartellini identificativi dei lavoratori - 11 dicembre 2000[1]; le Linee-guida per il trattamento di dati dei dipendenti privati - 23 novembre 2006 (G.U. 7 dicembre 2006, n. 285); le Linee guida in materia di trattamento di dati personali di lavoratori per finalità di gestione del rapporto di lavoro in ambito pubblico - 14 giugno 2007 (G.U. 13 luglio 2007, n. 161); le Linee guida del Garante per posta elettronica e Internet del 1° Marzo 2007 (in gazzetta ufficiale Gazzetta Ufficiale n. 58 del 10 marzo 2007); il Provvedimento in materia di videosorveglianza del 8 aprile 2010  (in Gazzetta Ufficiale n. 99 del 29 aprile 2010);  Il provvedimento in materia di Sistemi di localizzazione dei veicoli nell'ambito del rapporto di lavoro - 4 ottobre 2011; Il Provvedimento generale prescrittivo in tema di biometria - 12 novembre 2014  - pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 280 del 2 dicembre 2014 (si consideri a riguardo che l’impiego di dati biometrici per finalità sottese al rapporto di lavoro è stato in genere ritenuto sproporzionato dal garante)[2]; l’Autorizzazione Generale n. 1/2014 - Autorizzazione al trattamento dei dati sensibili nei rapporti di lavoro - 11 dicembre 2014 (Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 301 del 30 dicembre 2014) se dal trattamento dei dati ai fini del controllo possano venire in rilievo dati sensibili.

 

  1. Le informazioni acquisite senza che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalita' d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196: il problema della loro (in)utilizzabilità.

 

L’ultimo comma dell’art. 4 Stat. Lav. stabilisce che le informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalita' d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.

La norma sembrerebbe dunque sancire, senza equivoci di sorta, che in caso di mancanza di adeguata informativa o mancato rispetto del codice privacy le  informazioni raccolte (in modo illecito dal datore di lavoro) attraverso gli strumenti di controllo a distanza non sono utilizzabili e da ciò dovrebbe derivare anche l’inutilizzabilità della corrispondente prova eventualmente da acquisirsi al processo, civile o penale.     

Nonostante la chiara formulazione della norma, la questione dell’(in)utilizzabilità in giudizio delle prove illegittime (per violazione, ad esempio, delle condizioni poste dall’art. 4 Stat. Lav.) è tutt’altro che pacifica.

Vi è da premettere che in caso di raccolta di informazioni in mancanza delle condizioni poste dall’ultimo comma della norma in commento, la prova da introdurre in giudizio (di natura, per esempio, documentale o informatica, relativa a rilevazione delle presenze) non sarebbe di per sé illegittima, mentre sarebbe piuttosto  illegittima la modalità di acquisizione di essa da parte del datore di lavoro (per brevità d’ora innanzi parleremo genericamente di prova illegittima per significare la prova derivante da una modalità illegittima di formazione e raccolta da parte del datore di lavoro).

Invero, la prova illecitamente formata (un documento, informatico, per esempio da cui risultino violazioni del dipendente) di per sé non sarebbe illecita (ed infatti in assenza di contestazioni in giudizio, al Giudice neppure si paleserebbero eventuali profili di illiceità di formazione della prova - derivante ad esempio dall’assenza di adeguata informativa - che quindi risulterebbe ammissibile) ma illecita sarebbe piuttosto la modalità di raccolta da parte del datore che la alleghi al processo ; l’illegittimità del processo acquisitivo e formativo della prova dovrebbe comunque riflettersi, almeno in presenza di specifiche contestazioni (ma come vedremo vi sono state sul punto opinioni e pronunce contrastanti) sulla stessa validità della prova, apparentemente lecita ma di fatto viziata nel suo  percorso formativo e quindi essa (siccome originariamente viziata) non dovrebbe, a rigore, entrare nel processo a meno di giustificarne altrimenti l’ammissione, magari ricomprendendola nell’ambito delle c.d. prove atipiche.

In tale caso, infatti, l’ammissibilità della prova atipica, per il processo penale, sarebbe espressamente prevista dall’art. 189 c.p.p. (che legittima l’ammissibilità delle prove non disciplinate dalla legge) mentre per il processo civile, pur non esistendo una disposizione analoga a quella del codice di procedura penale, l’ammissibilità della prova “atipica” risulta oramai generalmente ammessa dalla giurisprudenza, secondo cui  “l’assenza di una norma di chiusura nel senso dell’indicazione del numerus clausus delle prove, l’oggettiva estensibilità contenutistica del concetto di produzione documentale, l’affermazione del diritto alla prova ed il correlativo principio del libero convincimento del Giudice, inducono le ormai da anni consolidate ed unanimi dottrina e giurisprudenza (tra le tante Cass. n. 5440/20103 , Cass. n. 5965/20044 , Cass. n. 4666/2003, Cass. n. 1954/2003, Cass. n. 12763/2000, Cass. n. 1223/1990), ad escludere che l’elencazione delle prove nel processo civile sia tassativa, ed a ritenere quindi ammissibili le prove atipiche, con efficacia probatoria comunemente indicata come relativa a presunzioni semplici ex art. 2729 c.c. od argomenti di prova (in giurisprudenza, cfr. Cass. n. 18131/20045 , Cass. n. 12763/2000, Cass. n. 8/2000, Cass. n. 4821/1999, Cass. n. 11077/1998, Cass. n. 4667/1998, Cass. n. 1670/1998, Cass. n. 624/1998, Cass. n. 4925/1987, Cass. n. 4767/1984, Cass. n. 3322/1983)”[3]

In dottrina e giurisprudenza vi sono stati, effettivamente,  accostamenti tra la prova illegittima (in senso ampio) e la prova atipica al fine di determinarne l’ammissibilità nel giudizio. 

Con la sentenza  della Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 4 giugno - 12 luglio 2013, n. 30177 (pronuncia nella quale viene in rilievo un’attività di videosorveglianza predisposta dalla polizia giudiziaria per finalità di controllo delle marcature di presenza dei dipendenti di poste italiane, sospettati di irregolarità nelle operazioni di registrazione delle presenza in entrata ed uscita) ad esempio è stato ritenuto infondato l'argomento difensivo (tendente a sostenere l’inutilizzabilità della prova) fondato sulla disciplina di cui all'articolo 4 Statuto dei Lavoratori e all'art. 114 Dlgs 196/2003 e ciò siccome, secondo la Corte, “si tratta, difatti, di una disposizione mirata e limitata al divieto di controllo della attività lavorativa in quanto tale ovvero al divieto di controllo della corretta esecuzione della ordinaria prestazione del lavoratore subordinato; ma tale stessa disposizione non impedisce, invece, i controlli destinati alla difesa dell'impresa rispetto a specifiche condotte illecite del lavoratore o, comunque, a tutela del patrimonio aziendale (la giurisprudenza civile in materia è del tutto pacifica, tra le numerose pronunzie si veda, Sentenza n. 2722 del 23/02/2012, Rv. 621115). Perciò si afferma comunemente nella giurisprudenza penale di questa Corte la piena utilizzabilità ai fini della prova di reati anche delle videoregistrazioni effettuate direttamente dal datore di lavoro, destinatario del citato divieto, laddove agisca non per il controllo della prestazione lavorativa ma per specifici casi di tutela dell'azienda rispetto a specifici illeciti. Perciò, che dalla citata disposizione dello Statuto dei Lavoratori discenda un divieto probatorio che riguardi la polizia giudiziaria, è affermazione totalmente erronea sia perché il divieto, coerentemente con la sua funzione, è testualmente riferito al datore di lavoro e sia perché il divieto riguarda solo il controllo dell'esecuzione dell'ordinaria attività lavorativa”.

La pronuncia predetta attiene ad una vicenda penale (e quindi ad ambito in cui risulta maggiormente avvertita, in relazione agli interessi normalmente in rilievo, l’esigenza dell’accertamento dei fatti/reati anche a scapito dell’eventuale contrapposto diritto di riservatezza dell’imputato, recessivo rispetto alle tutele, anche di ordine pubblico, perseguite dalla norma penale) ma si osserva che ammettere la possibilità di ingresso della prova atipica-illecita nel processo penale potrebbe incidere sulla stessa questione dell’ammissibilità della prova atipica-illecita nell’eventuale parallela vicenda civile, interna al processo penale (si pensi alla costituzione della parte civile) o in separata sede.

Infatti, innanzitutto il datore di lavoro potrebbe costituirsi parte civile nel processo penale e quindi  ivi formulare le domande civili di risarcimento del danno derivante dal comportamento fraudolento del lavoratore.

In secondo luogo la prova (atipica) penale potrebbe trovare ingresso , quale supporto probatorio acquisito in altro procedimento, direttamente nell’autonomo procedimento civile; invero “la possibilità per il giudice civile, a seguito dell’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, di accertare autonomamente, con pienezza di cognizione, i fatti dedotti in giudizio e di pervenire a soluzioni e qualificazioni non vincolate all’esito del processo penale, non comporta alcuna preclusione per detto giudice di utilizzare come fonte del proprio convincimento le prove raccolte in un giudizio penale e di fondare il proprio giudizio su elementi e circostanze già acquisiti con le garanzie di legge in quella sede, procedendo a tal fine a diretto esame del contenuto del materiale probatorio ovvero ricavandoli dalla sentenza penale o, se necessario, dagli atti del relativo processo, in modo da individuare esattamente i fatti materiali accertati per poi sottoporli a proprio vaglio critico svincolato dalla interpretazione e dalla valutazione che ne abbia dato il giudice penale (Cass. n. 624 del 1998)”[4].

 La sentenza Cass. Civ. 2722/2012 (richiamata peraltro nella predetta sentenza della Corte di Cassazione, sez. IV, Penale, ciò che lascia intendere che in effetti vi è una tendenza ad una uniformazione tra i diversi ambiti processuali, civili e penali) dopo avere richiamato l’esigenza di rispetto dell’art. 4 dello Stat. Lav. siccome norma diretta ad evitare che “la vigilanza sul lavoro, ancorché necessaria nell'organizzazione produttiva, vada mantenuta in una dimensione umana, e cioè non esasperata dall'uso di tecnologie che possono rendere la vigilanza stessa continua e anelastica, eliminando ogni zona di riservatezza e di autonomia nello svolgimento del lavoro"[5],   ha non dimeno ritenuto “estranea al campo di applicazione dell'art. 4 dello statuto dei lavoratori una attività di controllo sulle strutture informatiche aziendali che prescindeva dalla pura e semplice sorveglianza sull'esecuzione della prestazione lavorativa degli addetti ed era, invece, diretta ad accertare la perpetrazione di eventuali comportamenti illeciti (poi effettivamente riscontrati) dagli stessi posti in essere. Il c.d. controllo difensivo, in altre parole, non riguardava l'esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro, ma era destinato ad accertare un comportamento che poneva in pericolo la stessa immagine dell'Istituto bancario presso i terzi. In questo caso entrava in gioco il diritto del datore di lavoro di tutelare il proprio patrimonio, che era costituito non solo dal complesso dei beni aziendali, ma anche dalla propria immagine esterna, così come accreditata presso il pubblico. Questa forma di tutela egli poteva giuridicamente esercitare con gli strumenti derivanti dall'esercizio dei poteri derivanti dalla sua supremazia sulla struttura aziendale”.

Si delinea pertanto (anche in ambito direttamente giuslavoristico) una tendenza a considerare recessivo il diritto alla riservatezza del lavoratore di fronte all’esigenza del datore di lavoro di tutelare, specie di fronte a possibili abusi e comportamenti antigiuridici del dipendente, il patrimonio aziendale.

In generale si può quindi affermare che (almeno in passato) il quadro giuridico-interpretativo circa l’utilizzabilità delle prove illecite in rapporto all’art. 4 Stat. Lav. (nella versione precedente il Job Act) è vario ed incerto ma tendenzialmente aperto a consentire, attraverso una valutazione di bilanciamento degli interessi in rilievo, l’ammissibilità al processo della prova illegittimamente formata da parte del datore di lavoro.

E’ verosimile che le incertezze interpretative che si sono presentate in passato (sull’ammissibilità della prova illegittimamente formata) caratterizzeranno anche le prossime elaborazioni dottrinali e giurisprudenziali intorno al novellato art. 4 Stat. Lav.

Si deve non dimeno osservare (ed anticipare) che nella nuova formulazione della norma statutaria è  espressamente stabilito, e si tratta di un’assoluta novità, quale conseguenza della mancanza di adeguata informativa o violazione del codice della privacy, l’inutilizzabilità delle informazioni raccolte e da detta espressa previsione dovrebbero uscire rafforzati gli orientamenti (dottrinali o giurisprudenziali) che sostengono l’inutilizzabilità della prova illecita (o illegittimamente formata).

Si deve tuttavia osservare che la conseguenza dell’inutilizzabilità, apparentemente rafforzata dal novellato art. 4 Stat. Lav. non risulta comunque evidente e scontata a seguito di lettura sistemica delle norme dello Stat. Lav. e del codice privacy.

Invero, la norma statutaria,  sancendo  l’inutilizzabilità delle informazioni assunte in assenza di adeguata informativa sulle modalità d’uso e di controllo degli strumenti ed n violazione del codice della privacy (in accordo alla previsione di cui all’art. 1 comma 2° del codice privacy, secondo cui i dati personali trattati in violazione della disciplina rilevante in materia di trattamento dei dati personali non possono essere utilizzati) parrebbe avere portata generale, e quindi proiettata a spiegare i suoi effetti anche nelle vicende processuali in cui può venire in rilievo l’esigenza di utilizzare i dati raccolti in violazione dell’art. 4 Stat. Lav.

Senonché lo stesso Statuto (e lo stesso art. 4 Stat. Lav.) rimanda al disposto del dlgs 196/2003 il quale, peraltro, all’art. 160 comma 6 stabilisce che “La validità, l'efficacia e l'utilizzabilità di atti, documenti e provvedimenti nel procedimento giudiziario basati sul trattamento di dati personali non conforme a disposizioni di legge o di regolamento restano disciplinate dalle pertinenti disposizioni processuali nella materia civile e penale”; sicché, seguendo le tracce di un percorso normativo tortuoso,  la materia tornerebbe comunque ad essere regolata, in ultima istanza, dai codici di procedura, civile e penale e quindi la questione dell’utilizzabilità della prova illegittima deve essere risolta in base alle norme contenute nei testi che regolano il processo.  

Nel codice di procedura civile manca una disposizione quale quella prevista 191 c.p.p. che stabilisce espressamente che le prove acquisite in violazione dei divieti stabiliti dalla legge non possono essere utilizzate e che l’inutilizzabilità è rilevabile anche d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento (tuttavia una tale previsione nel codice di procedura penale non ha impedito, in molte pronunce di merito e legittimità,  di ritenere ammissibili prove illegittime) sicché (come si è peraltro già visto) dottrina e giurisprudenza sono pervenute, nella vigenza del precedente art. 4 Stat. Lav., di volta in volta ad ammettere (entro certi limiti) o ad escludere l’utilizzabilità della prova acquisita in modo illecito dalla parte che intenda produrla in giudizio (per violazione ad esempio della norma di cui all’art. 4 Stat. Lav.).

Così ed in effetti, “parte della dottrina afferma l’inutilizzabilità delle prove che abbiano la loro origine in un’attività illecita, ovvero che siano state acquisite in materia illecita, ovvero che siano state acquisiti in maniera illecita dalla parte che le produca in giudizio (78)” [6]

Secondo altri autori, invece, “malgrado molte incertezze, e pur mancando al riguardo una esplicita regola d’esclusione, si tende a riconoscere, nel nostro come in molti altri ordinamenti – che l’etica interna del processo giusto implica il rifiuto dell’impiego di mezzi illegittimi, o addirittura incostituzionali, per l’acquisizione della prova”[7].

La giurisprudenza, al pari della dottrina, ha espresso, in materia di utilizzabilità delle prove illecitamente acquisite dalla parte che ne chieda l’ammissione, soluzioni contrastanti.

Secondo la Suprema Corte,  “in tema di imposte dirette (come di IVA) ed in ipotesi di accesso domiciliare, la illegittimità del provvedimento di autorizzazione del procuratore della Repubblica ai sensi degli artt. 33 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 e 52 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 importa la inutilizzabilità, a sostegno dell'accertamento tributario, delle prove reperite nel corso della perquisizione illegale atteso che: a) detta inutilizzabilità non abbisogna di un'espressa disposizione sanzionatoria, derivando dalla regola generale secondo cui l'assenza del presupposto di un procedimento amministrativo infirma tutti gli atti nei quali si articola; b) il compito del giudice di vagliare le prove offerte in causa è circoscritto a quelle di cui abbia preventivamente riscontrato la rituale assunzione; c) l'acquisizione di un documento con violazione di legge non può rifluire a vantaggio del detentore, che sia l'autore di tale violazione, o ne sia comunque direttamente o indirettamente responsabile. Peraltro, a prescindere dalla verifica dell'esistenza o meno, nell'ordinamento tributario, di un principio generale di inutilizzabilità delle prove illegittimamente acquisite analogo a quello fissato per il processo penale dall'art. 191 del vigente cod. proc. pen., l'inutilizzabilità in questione discende dal valore stesso dell'inviolabilità del domicilio solennemente consacrato nell'art. 14 della costituzione”[8].

All’opposto, in altre pronunce è stato affermato, ad esempio, che “in materia tributaria, non qualsiasi irritualità nell'acquisizione di elementi rilevanti ai fini dell'accertamento comporta, di per sé, l'inutilizzabilità degli stessi, in mancanza di una specifica previsione in tal senso, esclusi i casi in cui viene in discussione la tutela di diritti fondamentali di rango costituzionale, come l'inviolabilità della libertà personale o del domicilio”[9].    

La regola dell’inutilizzabilità della prova acquisita in modo illegittimo dalla parte (per ciò che ci occupa, ad esempio, in violazione dell’art. 4 Stat. Lav.) è stata comunque generalmente stemperata, e si è aperta la strada  all’ingresso nel processo di prove acquisite dalla parte in modo illegittimo, con il solo limite – questo generalmente accettato – delle prove acquisite in violazione di norme di rango costituzionale, come ad esempio l’inviolabilità della persona o del domicilio.

Così, ancora recentemente la Corte di Cassazione ha ritenuto utilizzabili le le informazioni sottratte fraudolentemente ad un banca da un dipendente e successivamente trasmesse dal governo francese a quello italiano e quindi utilizzate (in modo lecito, se si esclude l’illecita originaria acquisizione) dall’amministrazione finanziaria che le ha poste a fondamento di accertamenti fiscali (si tratta del caso della cosiddetta lista Falciani).

Secondo la Suprema Corte[10]  infatti “i valori collegati al diritto alla riservatezza e al dovere di riserbo sui dati bancari sono sicuramente recessivi di fronte a quelli riferibili al dovere inderogabile imposto ad ogni contribuente dall’art.53 della Costituzione … l’evasione fiscale costituisce in ogni caso una ipotesi di particolare gravità, per il semplice fatto che rappresenta, in ciascuna delle sue manifestazioni, la rottura del vincolo di lealtà minimale che lega fra loro i cittadini e comporta, quindi, la violazione di uno dei “doveri inderogabili di solidarietà”, sui quali, ai sensi dell’art. 2 della Costituzione, si fonda una convivenza civile ordinata ai valori di libertà individuale e di giustizia sociale…. Del resto, l’esigenza primaria ben rappresentata dall’art.53 Cost., che si sostanzia nei doveri inderogabili di solidarietà, primo fra tutti quello di concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva, alla quale si associa in modo altrettanto cogente l’obiettivo di realizzare una decisa “lotta” ai paradisi fiscali illecitamente costituiti all’estero, giustifica l’utilizzabilità delle prove acquisite dall’amministrazione con le modalità qui esaminate, trovando comunque copertura nel quadro normativo sopra menzionato e senza che possa dirsi esistente nell’ordinamento interno un principio opposto a quello appena esposto …. 

In sintesi, dunque, la Suprema Corte ha affermato il principio secondo cui “L’Amministrazione finanziaria, nella sua attività di accertamento della evasione fiscale può – in linea di principio -avvalersi di qualsiasi elemento con valore indiziario, con esclusione di quelli la cui inutilizzabilità discenda da una disposizione di legge o dal fatto di essere stati acquisiti dalla Amministrazione in violazione di un diritto del contribuente. Sono perciò utilizzabili, nel contraddittorio con il contribuente, i dati bancari acquisiti dal dipendente infedele di un istituto bancario, senza che assuma rilievo l’eventuale reato commesso dal dipendente stesso e la violazione del diritto alla riservatezza dei dati bancari (che non gode di tutela nei confronti del fisco). Spetterà quindi al giudice di merito, in caso di contestazioni fiscali mosse al contribuente, valutare se i dati in questione siano attendibili, anche attraverso il riscontro con le difese del contribuente”.

Sulla scia della citata giurisprudenza, la Corte di Cassazione si è ancora recentemente pronunciata nel senso dell’ammissibilità delle prove illegittimamente ottenute e successivamente pervenute (in modo lecito) all’amministrazione finanziaria. Con la sentenza C.C. 16950/2015 si è quindi stabilito che "L'amministrazione finanziaria, nell'attività di contrasto e accertamento dell'evasione fiscale può, in linea di principio, avvalersi di qualsiasi elemento con valore indiziario, anche unico, con esclusione di quelli la cui inutilizzabilità discenda da una specifica disposizione della legge tributaria o dal fatto di essere stati acquisiti in violazione di diritti fondamentali di rango costituzionale. Sono perciò utilizzabili nell'accertamento e nel contenzioso con il contribuente, i dati bancari acquisiti dal dipendente di una banca residente all'estero e ottenuti dal fisco italiano mediante gli strumenti di cooperazione comunitaria, senza che assuma rilievo l’eventuale illecito commesso dal dipendente stesso e la violazione dei doveri ".

Sul fronte della giurisprudenza CEDU si è poi in genere ritenuto il carattere recessivo del diritto alla privacy rispetto all’esigenza di accertamento del fatto illecito[11].

In generale, quindi, è emersa nel tempo una tendenza a giustificare l’utilizzabilità della prova illecita pur non disconoscendosi, formalmente, l’esistenza di limiti alla sua utilizzabilità in caso di violazione delle modalità di acquisizione o di violazione delle norme a tutela della riservatezza (o della privacy).

Ritornando nell’ambito più stretto dell’art. 4 Stat. Lav. può quindi affermarsi che pur non essendo stati, in genere, disconosciuti  i divieti posti al datore di lavoro sulla possibilità di effettuare controlli sul lavoratore e sulla loro illegittimità in caso di mancata osservanza dell’art. 4 Stat. Lav., si è nondimeno,  da parte di una copiosa giurisprudenza di merito e legittimità, consentito l’ingresso della prova formata dal datore di lavoro in violazione delle norme di legge (ad esempio per mancato rispetto della normativa privacy) e ciò è stato fatto  sussumendo la fattispecie ad altro ambito (e quindi con l’elaborazione della nozione dei c.d. controlli difensivi, ritenuti ontologicamente differenti dall’attività di mero controllo della prestazione resa dal lavoratore per la quale varrebbe il divieto di cui all’art. 4 Stat. Lav.) oppure facendo prevalere esigenze ritenute di rango superiore rispetto a quello della riservatezza, oppure non ritenendo il Giudice vincolato, a differenza del datore di lavoro, all’osservanza, quoad probationis, del codice della privacy; emblematica, in tal senso la pronuncia del Tribunale di Torino che ha stabilito che “Il dipendente che inserisce dati personali in un luogo non proprio o utilizza abusivamente strumentazioni di proprietà dell'azienda, contravvenendo a un esplicito divieto di questa, non può invocare il diritto alla privacy per contestare eventuali attività datoriali di controllo, contestazione e sanzione delle condotte illecite. L'inutilizzabilità dei dati personali reperiti in violazione della disciplina vigente in materia è riferibile unicamente ai destinatari delle prescrizioni del Codice della privacy e non si converte in divieto probatorio per il giudice”[12].

Così è stato ritenuto che “La giurisdizione, per le finalità istituzionali che persegue e per la rilevanza costituzionale che le attribuisce la Carta Costituzionale, si colloca in un ambito tale da rendere a essa inapplicabili i vincoli e i limiti previsti da numerose e qualificanti disposizioni del Codice in materia di protezione dei dati personali (d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196), le quali non hanno nè possono avere come destinatario il giudice, sotto pena di veder vanificato l'accertamento processuale e frustrate le esigenze di giustizia cui esso mira”[13].  

Ne risulta, in sintesi, un quadro dottrinale e giurisprudenziale variegato, a  volte incline a ritenere prevalente esigenze ritenute di carattere primario (come ad esempio la tutela del patrimonio aziendale) a scapito dei diritti di riservatezza e della privacy del lavoratore e tale impostazione è verosimilmente destinata a caratterizzare, anche dopo la modifica operata dal Job Act, la giurisprudenza che verrà a formarsi intorno al nuovo art. 4 Stat. Lav.

Invero, “va rilevato che la riforma dell’art.   4 St. lav. si iscrive, in linea più generale, in un vasto movimento riformatore che è andato progressivamente assottigliando l’apparato di tutele, sostanziali e processuali, attribuite al lavoratore a tutto vantaggio della posizione del datore di lavoro. E’ un dato oramai acquisito che la volontà del legislatore, da svariati anni a questa parte, abbia recepito le istanze economiche di matrice neoliberista, rivolte verso una completa flessibilità dell’attività lavorativa, alla quale si accompagnano l’attenuazione delle tutele del posto di lavoro e un corrispondente ampliamento delle prerogative del rapporto di lavoro”[14].

 

  1. Considerazioni conclusive.

 

Alla luce dello studio svolto e rassegne dottrinali e giurisprudenziali esaminate risulta a dire il vero – allo stato – un’apparente scarsa incidenza del principio dell’inutilizzabilità delle informazioni raccolte dal datore di lavoro in violazione dell’art. 4 Stat. Lav., e ciò anche a causa di una tendenza manifestata da parte della giurisprudenza a privilegiare, rispetto al diritto alla riservatezza o privacy, diritti di rango superiore (quale ad esempio quello, di rango costituzionale, di fare valere un diritto in giudizio[15]) così consentendo l’ingresso in processo, civile o penale, di prove originariamente raccolte (dal datore di lavoro) in modo illegittimo.

D’altra parte si deve rilevare che il concetto di diritto alla riservatezza, o privacy, cui si ispira e richiamato dal novellato art. 4 Stat. Lav., appartiene solo da tempi relativamente recenti alla cultura, anche giuridica, italiana sicché in fondo è ancora in atto da parte degli operatori il processo di assimilazione del valore, giuridico ma anche culturale, del diritto alla riservatezza e alla privacy.

La stessa costituzione italiana, siccome risalente ad epoca in cui il tema della riservatezza era quasi totalmente sconosciuto,  non prevede norme che tutelano espressamente il diritto alla privacy o alla riservatezza (a meno di non volerle individuare, a dire il vero con grande sforzo interpretativo, negli artt. 13, 14, 15 e 21 della Cost.) ed in effetti le fonti più autorevoli del diritto alla privacy sono da ricercare (non già nella carta costituzionale bensì) nell’art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo, nella normativa europea e nel dlgs 196/2003 che è notoriamente di derivazione europea.

In detto contesto, giuridico e culturale, è stato dunque per lo più ritenuto recessivo il diritto alla tutela della riservatezza rispetto all’esigenza di tutela di altri diritti di rango direttamente costituzionale (ad esempio, il diritto alla tutela del patrimonio aziendale, cfr a riguardo la giurisprudenza in materia di controlli difensivi).

Non può non tenersi conto, tuttavia e d’altro canto, che l’intervento riformatore del legislatore sull’art. 4 Stat. Lav. è da inquadrarsi nella scelta di dare maggiore centralità al diritto alla riservatezza e privacy del lavoratore[16], altrimenti non avrebbe avuto senso subordinare l’utilizzabilità delle informazioni raccolte all’esistenza di adeguata informativa al lavoratore e al rispetto del codice della privacy. 

Si deve egualmente osservare che il rapporto di lavoro, anche per ciò che attiene le attività di cui all’art. 4 Stat. Lav., deve svolgersi su di un piano di lealtà e correttezza, sicché al datore di lavoro deve essere attribuita (come in effetti è attribuita) la facoltà di effettuare controlli a distanza sul lavoratore, mentre al lavoratore deve essere data adeguata informativa sulle modalità d’uso degli strumenti e sulle modalità del controllo, nonché la garanzia che vengano rispettate le norme sulla privacy, di talché entrambe le parti del rapporto di lavoro sono pienamente consapevoli, in un quadro di totale  trasparenza, dei limiti,  modalità e dinamiche in cui può avvenire il controllo da parte del datore di lavoro ed assumono, preventivamente, il rischio di eventuali condotte illecite; il lavoratore assume il rischio, prevedibile, siccome informato, che le informazioni raccolte possano essere utilizzate dal datore di lavoro a tutti i fini connessi il rapporto medesimo; il datore di lavoro assume il rischio, consapevole siccome l’attività di controllo è rigorosamente procedimentalizzata dalla stessa norma di legge, dell’inutilizzabilità (sic, anche ai fini processuali) delle informazioni raccolte in violazione delle regole e condizioni poste dall’art. 4 Stat. Lav. (oltre al rischio di incorrere nelle eventuali sanzioni, penali, amministrative, civili, connesse alla violazione della norma statutaria o del codice della privacy).  

L’intervento del legislatore, dunque, rafforza la tutela della privacy nella norma statutaria, ma appare tuttavia arduo sostenere che l’esigenza della privacy del lavoratore possa impedire, in assoluto,  la tutela di diritti di rango obiettivamente superiore. Ciò sarebbe possibile se nei codici fossero posti, al pari di quanto avviene ad esempio per le intercettazioni (artt. 266 ss c.p.p.), precisi limiti di ammissibilità e utilizzabilità dei controlli ai sensi dell’art. 4 Stat., ma in mancanza non si può ritenere che la violazione della privacy possa ostacolare l’accertamento dell’illecito.

In conclusione, quindi, dovendosi dare rilievo da un lato alla condizione di utilizzabilità posta dalla norma Statutaria, che non può restare comunque inosservata, e dovendosi, dall’altro, assicurare l’accertamento degli illeciti, almeno quelli gravi o aventi rilevanza penale, l'assetto sistematico ordinamentale su un piano di coerenza dovrebbe prevedere:

- che la violazione delle condizioni di liceità previste dal 4 Stat. Lav. impedisce l'uso dei dati raccolti al fine della prova in tutte le condizioni normali per il datore di lavoro che intenda usarli a fini di contestazioni sul rapporto;

- che in tutti i casi in cui viene in rilievo un reato la privacy  è recessiva rispetto alla superiore tutela ordinamentale[17].

In ragione delle incertezze interpretative che si sono esposte e che certamente andranno a ripresentarsi, data anche l’esigenza di certezza del diritto specie in ambito così delicato quale è quello del rapporto di lavoro,  sarebbe comunque auspicabile un intervento del legislatore che (piuttosto che lasciare ai Giudici di decidere di volta in volta quale sia l’interesse prevalente da tutelare) possa affermare la generale regola dell’inutilizzabilità della prova raccolta in violazione dell’art. 4 Stat. Lav. individuando piuttosto ipotesi circoscritte, nell’ambito ad esempio di reati di particolare gravità (facendo riferimento ai limiti edittali o ad ipotesi specifiche di reato) in cui la generale regola di inutilizzabilità può eccezionalmente essere derogata.

 

 

CEDU: p. 18, nota 11.

 

 

[1] Il provvedimento interessa i dipendenti di pubbliche amministrazioni, aziende sanitarie, compagnie aeree, aziende di trasporto, servizi di ristorazione, ecc. e individua i presupposti e le garanzie per gli interessati per ciò che riguarda l'inclusione delle loro generalità e di altri dati personali nei badge o cartellini identificativi utilizzati sul posto di lavoro.

[2]  Si veda doc. web n .2503101 del 30 maggio 2013 http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/export/2503101.

[3] sentenza del Tribunale di Reggio Emilia del 23.5.2013

[4] Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 14 maggio 2014, n. 10599

[5] La giurisprudenza di questa Corte ritiene che detto art. 4 "fa parte di quella complessa normativa diretta a contenere in vario modo le manifestazioni del potere organizzativo e direttivo del datore di lavoro che, per le modalità di attuazione incidenti nella sfera della persona, si ritengono lesive della dignità e della riservatezza del lavoratore.... sul presupposto - espressamente precisato nella Relazione ministeriale - che la vigilanza sul lavoro, ancorché necessaria nell'organizzazione produttiva, vada mantenuta in una dimensione umana, e cioè non esasperata dall'uso di tecnologie che possono rendere la vigilanza stessa continua e anelastica, eliminando ogni zona di riservatezza e di autonomia nello svolgimento del lavoro" (Cass. 17.07.07 n. 15982). La garanzia procedurale prevista per impianti ed apparecchiature ricollegabili ad esigenze produttive contempera "l'esigenza di tutela del diritto dei lavoratori a non essere controllati a distanza e quello del datore di lavoro, o, se si vuole, della stessa collettività, relativamente alla organizzazione, produzione e sicurezza del lavoro, individuando una precisa procedura esecutiva e gli stessi soggetti ad essa partecipi" (ivi). La possibilità di tali controlli si ferma, dunque, dinanzi al diritto alla riservatezza del dipendente, al punto che la pur insopprimibile esigenza di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti "non può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore. Tale esigenza... non consente di espungere dalla fattispecie astratta i casi dei c.d. controlli difensivi ossia di quei controlli diretti ad accertare comportamenti illeciti dei lavoratori quando tali comportamenti riguardino... l'esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro e non la tutela di beni estranei al rapporto stesso ove la sorveglianza venga attuata mediante strumenti che presentano quei requisiti strutturali e quelle potenzialità lesive, la cui utilizzazione è subordinata al previo accordo con il sindacato o all'intervento dell'Ispettorato del lavoro" (ivi). In tale ipotesi, è stato precisato, si tratta di "un controllo ed. preterintenzionale che rientra nella previsione del divieto flessibile di cui all'art. 4, comma 2" (Cass. 23.02.10 n. 4375), così correggendosi una precedente impostazione che riteneva in ogni caso legittimi i c.d. controlli difensivi, a prescindere dal loro grado di invasività (Cass. 3.04.02 n. 4746).

[6] Vedasi, per un ampia rassegna, Le prove civili, Piero Leanza, Giappichelli, 2012, Torino, p. 129 s. che richiama in nota n. (78); N. Picardi, Manuale del processo civile, Giuffré, Milano, 2010, p. 307; A. Scarpa, La prova civile, Percorsi Giurisprudenziali, Giuffré, Milano 2009, p. 53 ss; A. Carrato, Le prove documentali atipiche nel processo civile, nota a sentenza Trib. Roma 20.5.2002, in Giur. Merito, p. 1383; A. Proto Pisani, Appunti sulle prove civili, in Foro Italiano, 1994, c. 74 ss; Gianfranco Ricci, Le prove illecite nel processo civile, in Riv. Trim. dir. Proc. civ., 1987, p. 34 ss

[7] La prova nel processo civile, a cura di Michele Taruffo, in trattato di diritto civile e commerciale, Giuffrè, Milano 2012, p. 76 s. che cita a sua volta, in nota Comoglio, Le prove civili, p. 52 s., Torino 2010.

[8] Cass. civ., Sez. V, 01/10/2004, n. 19689, in Mass. Giur. It., 2004

[9] Cass. civ., Sez. V, 16/12/2011, n. 27149

[10] ordinanze nn. 8605 e 8606 del 28 aprile 2015

[11]  E’ il caso ad esempio della sentenza K. U. v. Finland - Ric. n. 2872/02, deciso il 2 dicembre 2008 in cui la Corte ha ritenuto illegittimo il rifiuto di un sito internet finlandese a fornire le generalità degli utenti che, rispondendo ad un annuncio on line di incontri falsamente pubblicato con generalità e numero di telefono di un bambino di 12 anni, avevano telefonato al minore. La Corte, rilevando che l’ordinamento finlandese non prevedesse la possibilità di svelare i dati per il caso di ingiuria ha ritenuto, in tal caso, prevalente il diritto del minore al perseguimento dell’illecito, elevando quindi una contestazione alla Finlandia. 

[12] Trib. Torino 8/1/2008, Giud. Ciocchetti, in Riv. it. dir. lav. 2008, con nota di R. Imperiali, "Privacy e controllo sull'utilizzo di cellulare e computer aziendali a fini personali: un difficile equilibrio", 845.

[13] Trib. Torino 28/9/2007, Est. Ciocchetti, in ADL 2008, con nota di Iarussi, "L'utilizzabilità delle prove acquisite a sostegno del licenziamento disciplinare: tra potere datoriale (e del giudice) e diritto alla riservatezza del lavoratore", 1265.

[14] Cinzia Gamba – il controllo a distanza delle attività dei lavoratori e utilizzabilità della prove – in Labour&LawIssues, vol. 2, n. 1, 2016, p. 154.

[15]  Sui rapporti tra privacy e processo la Corte di Cassazione, Sezioni Unite, 3034/2011, nell’esaminare il rapporto intercorrente tra la disciplina dettata dal codice di rito e quella risultante dal codice in materia di protezione di dati personali e nelle modalità del loro coordinamento, ha ritenuto che le stesse norme del dlgs 196/2003 e le rilevanti eccezioni alla disciplina generale  evidenzia una “chiara conferma della peculiare rilevanza attribuita dal legislatore al diritto di agire e di difendersi in giudizio, diritto che, costituzionalmente garantito, legittima la previsione di deroghe rispetto al regime ordinario, al fine di assicurarne l'effettiva tutela. In tal senso d'altra parte si è costantemente espressa questa Corte nelle non frequentissime decisioni adottate in merito, con le quali è stata affermata la derogabilità della disciplina dettata a tutela dell'interesse alla riservatezza dei dati personali quando il relativo trattamento sia esercitato per la difesa di un interesse giuridicamente rilevante, e nei limiti in cui ciò sia necessario per la tutela di quest'ultimo interesse (C. 09/15327, C. 09/3358, C. 08/12285, C. 08/10690, C. 03/8239).

[16] Ed in effetti è in corso un movimento anche a livello comunitario, che tende a dare sempre maggiore rilievo alla privacy, movimento entro il quale si inserisce anche l’approvazione del nuovo regolamento europeo sulla privacy (Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016) che comporterà come riferito dal garante, “un percorso verso una più ampia protezione dei dati personali”.

 

[17] Si segnala che potrebbe tuttavia farsi strada l’opinione che violazioni di scarsissima gravità del dipendente, di per sé illegittime o costituenti in astratto reato, in un giudizio di bilanciamento degli interessi, non giustificherebbero comunque l’utilizzabilità della prova illecitamente raccolta in violazione della privacy.